SOSTIENI IL SITO

Usemlab



In Difesa dell'Euro (II parte) Stampa
Scritto da Jesus Huerta de Soto   
Martedì 26 Giugno 2012 16:06
Condividi


4. L’eterogenea coalizione “anti-Euro”
 
Sarebbe interessante e molto indicativo commentare, anche solo brevemente, la varia e disparata amalgama costituita dai nemici dell’Euro. Tale gruppo comprende tra le proprie fila elementi molto diversi tra loro: dogmatici di estrema destra o sinistra, nostalgici o inflessibili keynesiani come Krugman e Stiglitz, monetaristi schierati rigidamente a favore di cambi flessibili come Barro e altri, ingenui sostenitori della teoria mundelliana delle aree valutarie ottime, sciovinisti terrorizzati dal dollaro (e dalla sterlina); in breve, tutta quella variegata legione di disfattisti confusi che “di fronte all’imminente scomparsa dell’Euro” propone la “soluzione” di farlo saltare in aria abolendolo il più presto possibile [11].
 
Forse l’esempio più chiaro (o meglio, la prova più convincente) del fatto che Mises avesse completamente ragione nell’analisi sugli effetti che i tassi di cambio fissi (e specialmente il gold standard) hanno sulla demagogia politica e sindacale, sta proprio nel modo in cui i leader dei partiti politici di sinistra, i sindacalisti, gli opinionisti “progressisti”, gli “indignati” contro il sistema, i politici di estrema destra ed in generale tutti i sostenitori della spesa pubblica, dei sussidi statali e dell’interventismo si ribellano apertamente e direttamente alla disciplina imposta dall’Euro lamentando, nello specifico, la perdita di autonomia nella politica monetaria di ogni paese e ciò che ne consegue: una vituperata dipendenza dai mercati, dagli speculatori e dagli investitori internazionali quando si tratta di riuscire (o meno) a collocare i titoli del crescente debito pubblico che sono richiesti per finanziare i continui deficit. 
 
Per averne conferma basta gettare uno sguardo agli editoriali dei giornali più di sinistra [12] o una lettura delle dichiarazioni dei politici più demagoghi [13] o dei leader sindacalisti; oggi, proprio come nel 1930 ai tempi del gold standard, i nemici del libero mercato e i difensori del socialismo, dello stato sociale e della demagogia sindacale stanno protestando all’unisono, sia in pubblico sia in privato, contro la “rigida disciplina che l’Euro e i mercati finanziari ci stanno imponendo”; al contempo essi chiedono la monetizzazione immediata del debito pubblico, senza per contro avanzare alcuna contromisura come potrebbe essere l'austerità del bilancio o l'attuazione di riforme mirate ad aumentare la competitività.
 
In ambito più accademico, ma con ampia copertura da parte dei media, i keynesiani contemporanei stanno organizzando una grande offensiva contro l’Euro con una belligeranza solo paragonabile a quella mostrata da Keynes negli anni '30 nei confronti del gold standard. Specialmente paradigmatico è il caso di Krugman [14] che, in veste di editorialista, ripete quasi ogni settimana la medesima storia dell’Euro come “camicia di forza” che impedisce il rilancio dell’occupazione. Egli arriva persino a criticare il ben prodigo governo americano per non avere adottato politiche sufficientemente espansive e per non essersi impegnato abbastanza nei suoi (già enormi) stimoli fiscali [15]. Più intelligente e colta, ma non meno sbagliata, è l’opinione di Skidelsky, il quale almeno ammette come la teoria del ciclo economico austriaca [16] offra un'unica valida alternativa alle teorie del suo amato Keynes. In tal senso riconosce una similarità tra la situazione attuale e quella degli anni Trenta che vide come diretti antagonisti Hayek e Keynes [17].
 
Con riguardo ai tassi di cambio flessibili, alquanto strana è la posizione assunta generalmente dai teorici neoclassici, ed in particolare dai monetaristi e dai membri della scuola di Chicago [18]. Sembra che l’interesse spassionato di questi gruppi a favore dei tassi di cambio flessibili e del nazionalismo monetario predomini sul loro (si presume sincero) desiderio di incoraggiare le dovute riforme orientate alla liberalizzazione economica. Il loro obiettivo primario è rivolto infatti alle politiche monetarie autonome tramite le quali sarebbe possibile svalutare (o deprezzare) la divisa locale per “recuperare competitività” e riassorbire la disoccupazione il più velocemente possibile; la loro attenzione sulla flessibilità e sulle riforme a favore di un libero mercato passa solo in secondo piano. Questi soggetti soffrono di incredibile ingenuità, come abbiamo già avuto di vedere precedentemente parlando delle ragioni del dissenso tra Mises e Friedman con riguardo al dibattito tassi fissi contro tassi variabili. 
 
I politici non sono assolutamente capaci di compiere i passi richiesti nella giusta direzione a meno che non siano letteralmente obbligati a farlo. Mises questo lo ha sempre capito. Comprese anche bene come i tassi flessibili e il nazionalismo monetario rimuovano ogni incentivo in grado di disciplinare i politici, permettendo loro di farla franca con i salari minimi (che i monetaristi e i keynesiani accettano di tutto cuore) e i privilegi di cui godono i sindacati e tutti gli altri gruppi di pressione. Mises si rese conto inoltre come di conseguenza, nel lungo periodo e loro malgrado, i monetaristi finiscano per diventare compagni di viaggio delle vecchie dottrine keynesiane: una volta che la “competitività” sia stata “recuperata” le riforme vengono rinviate e, ancora peggio, i sindacalisti si abituano agli effetti distruttivi delle loro politiche salariali continuamente tenuti nascosti dalle svalutazioni successive.
 
Questa contraddizione latente, tra la difesa del libero mercato da un parte e il sostegno al nazionalismo monetario e la manipolazione attraverso cambi “flessibili” dall'altra, è evidente in molti fautori della teoria di Robert A. Mundell sulle “aree valutarie ottimali” [19]. Tanto per cominciare, tali aree sarebbero caratterizzate da un’alta mobilità di tutti i fattori produttivi; in caso contrario sarebbe meglio dividerle in compartimenti stagni dotati di valute proprie così da permettere, in caso di “shock esterno" il ricorso ad una politica monetaria autonoma. Dovremmo pertanto chiederci: questo ragionamento ha veramente senso? Niente affatto: la maggior fonte di rigidità nel mercato del lavoro e nei fattori di produzione giace, ed è alimentata, dall’interventismo e dalla regolamentazione statale, è quindi assurdo pensare che gli Stati e i loro governi commettano harakiri, rinunciando al potere e tradendo la loro clientela politica con l'obiettivo di adottare solo successivamente una moneta comune. Di fatto si verifica l’esatto contrario: solo quando i politici hanno accettato una moneta comune (l’Euro nel nostro caso) essi si ritrovano obbligati ad attuare riforme che altrimenti sarebbero state inconcepibili. 
 
Nelle parole di Walter Block:
 
"Lo Stato, con le sue regole è la principale o unica fonte di immobilità dei fattori produttivi. In altri tempi i costi di trasporto sarebbero stati la spiegazione o la causa principale, tuttavia grazie ai progressi tecnologici, essi sono oggi di gran lunga meno importanti. Stando così le cose, in un regime di laissez-faire non ci sarebbe praticamente nessuna immobilità. Data la verità approssimativa di questi presupposti, la regione mundelliana diventerebbe quindi l’intero globo – proprio come lo sarebbe in un regime di gold standard [20]".
 
Questa conclusione di Block è ugualmente applicabile per l'Eurozona nella misura in cui l’Euro, che abbiamo già indicato come una approssimazione del gold standard, riesca a disciplinare e delimitare il potere arbitrario dei politici degli Stati membri.
 
Non dobbiamo dimenticarci di sottolineare come keynesiani, monetaristi e mundelliani commettano tutti gli stessi errori in quanto ragionano esclusivamente in termini di aggregati macroeconomici, e quindi propongono, benché con lievi differenze, il medesimo tipo di aggiustamenti ottenibili attraverso la manipolazione monetaria e fiscale, gli interventi di precisione, e i tassi di cambio variabili. Essi sono convinti che tutti gli sforzi necessari per superare la crisi dovrebbero fare riferimento ai loro modelli macroeconomici e all’ingegneria sociale. Ignorano completamente la profonda distorsione microeconomica che la manipolazione monetaria (e fiscale) genera nella struttura dei prezzi relativi e in quella dei beni capitali. 
 
Una svalutazione forzata (o deprezzamento) è onnicomprensiva, ovvero comporta un improvviso calo percentuale di tipo lineare nei prezzi tanto dei beni di consumo, quanto dei servizi e dei fattori produttivi, cioè una diminuzione pressoché uguale per tutti. Sebbene nel breve questa soluzione possa dare l’impressione di una rapida ripresa dell'attività economica e dell'occupazione, in realtà essa distorce completamente la struttura dei prezzi relativi (dal momento che senza la manipolazione monetaria alcuni prezzi sarebbero calati maggiormente, altri meno, altri non sarebbero scesi affatto e altri ancora sarebbero invece aumentati), porta ad una diffusa e cattiva allocazione delle risorse produttive ed infine provoca un trauma importante che ciascun sistema economico spesso riesce ad assorbire solo in diversi anni [21]. Questa in sintesi è l’analisi microeconomica sviluppata dai teorici austriaci. Essa ruota intorno ai prezzi relativi e alla struttura produttiva [22] ed è totalmente assente nello strumentario analitico dei teorici dell’economia che si oppongono all’Euro.
 
Infine, al di fuori della sfera puramente accademica, la fastidiosa insistenza con la quale economisti, investitori e analisti finanziari anglosassoni tentano di screditare l’Euro, prevedendone un tetro futuro, è in qualche modo sospetta. L’impressione è rafforzata dalla posizione ipocrita delle diverse amministrazioni americane (e anche, in misura minore, dal governo britannico) nel desiderare (tiepidamente) che l’Eurozona mantenga “la propria economia in ordine”. Tale posizione omette volutamente di ricordare che la crisi finanziaria trova origine dall’altro lato dell’Atlantico, cioè nell’incosciente politica espansionistica perseguita per anni dalla Federal Reserve, i cui effetti si sono diffusi nel resto del mondo attraverso il dollaro utilizzato ancora come valuta di riserva internazionale. Inoltre, viene esercitata un’insopportabile pressione sull’Eurozona affinché introduca politiche monetarie espansionistiche e irresponsabili (“quantitative easing”) simili a quelle adottate negli Stati Uniti; questa pressione risulta essere doppiamente ipocrita dal momento che tali politiche darebbero senza dubbio il colpo di grazia alla moneta unica europea.
 
Dietro questa posizione del mondo anglosassone non potrebbe forse nascondersi il timore che il dollaro perda il proprio status di valuta di riserva internazionale qualora l’euro sopravvivesse e cominciasse a fargli seria concorrenza? Molti segnali suggeriscono come tale questione stia diventando sempre più pertinente e, anche se non sembra molto politically correct, l’impressione è che essa sia come il sale sulla ferita che rende ancora più dolorosa la posizione degli analisti e delle autorità del mondo anglosassone: l’Euro sta emergendo come serio e potenziale rivale del dollaro a livello internazionale [23].
 
Come possiamo vedere, la coalizione anti-Euro riunisce diversi e potenti interessi. Ciascuno diffida dell’Euro per una ragione diversa. Tuttavia presentano tutti un comune denominatore: gli argomenti che costituiscono il nocciolo della propria opposizione all’Euro potrebbero essere gli stessi, e potrebbero essere ripetuti con maggiore enfasi, se invece della singola valuta europea avessero a che fare con un classico gold standard. Vi è infatti un elevato grado di somiglianza tra le forze che a loro tempo strinsero alleanza per abbandonare il gold standard e quelle che oggi cercano (fino ad ora senza successo) di reintrodurre in Europa il vecchio ed obsoleto nazionalismo monetario. Come abbiamo già fatto notare, tecnicamente era molto più facile abbandonare il gold standard allora di quanto sia oggi lasciare l’Unione monetaria. In questo contesto, non dovrebbe sorprendere che i membri della coalizione anti-Euro spesso cadano nel disfattismo più sfacciato: predicono disastri, affermano l’impossibilità di mantenere un’Unione monetaria e quindi come “soluzione” propongono di smantellarla. Essi arrivano anche al punto di bandire concorsi internazionali (- dove altro – in Inghilterra, la casa di Keynes e del nazionalismo monetario) ai quali partecipano centinaia di “esperti” e cialtroni monetari, ciascuno con le proprie proposte mirate ad indicare il metodo migliore ed innocuo di far saltare l’Unione monetaria europea [24].
 
5. I veri peccati capitali dell’Europa e l’errore fatale della Banca Centrale Europea [25].
 
Non si può negare che l’Unione Europea soffra cronicamente di una serie di gravi problemi economici e sociali. Tuttavia, il tanto chiacchierato Euro non fa parte di questi problemi. E' vero piuttosto il contrario: l’Euro agisce come un potente catalizzatore in grado di rivelare la gravità dei problemi europei. In tal modo esso accelera o “affretta” l’attuazione delle misure necessarie per risolverli. 
 
Oggi l’Euro sta contribuendo a diffondere, più che mai, la consapevolezza sull’insostenibilità dell’enorme Stato sociale europeo e sulla necessità di una sua sostanziale riforma [26]. Lo stesso può dirsi per le sovvenzioni e i vasti programmi di aiuti all’economia, tra i quali spicca la Politica Agricola Comunitaria, sia in termini dei dannosi effetti che provoca sia nella totale mancanza di razionalità economica che la caratterizza [27]. Soprattutto possiamo affermare come la cultura dell’ingegneria sociale e la regolamentazione oppressiva, con il pretesto di armonizzare la legislazione dei diversi paesi, stia fossilizzando il mercato unico europeo impedendogli di essere un vero e proprio mercato libero [28]. Oggi più che mai, il vero costo di tutti questi difetti strutturali dell’Eurozona sta diventando palese: senza una politica monetaria autonoma i vari governi sono stati letteralmente costretti a riconsiderare (e, quando possibile, a ridurre) tutte le voci della spesa pubblica, tentando di recuperare e guadagnare competitività internazionale con la deregolamentazione e l'incremento, quando applicabile, di flessibilità sui propri mercati (in particolare il mercato del lavoro, tradizionalmente molto rigido in molti paesi dell’Unione monetaria).
 
In aggiunta ai peccati capitali dell’economia europea appena menzionati, dobbiamo aggiungerne un altro che è forse ancora più grave, per via della sua peculiare e subdola natura. Ci riferiamo alla grande facilità con cui le istituzioni europee, molte volte a causa di una mancanza di lungimiranza, leadership o convinzione a riguardo dei loro stessi progetti, si lasciano intrappolare in politiche che nel lungo periodo si rivelano incompatibili con la moneta unica e un vero ed unico libero mercato.
 
In primo luogo è sorprendente notare la crescente regolarità con cui in Europa vengono introdotte nuove soffocanti misure di regolamentazione mutuate dal mondo accademico e politico anglosassone, in particolare gli Stati Uniti [29]. Spesso ciò avviene anche quando tali misure si sono già dimostrate inefficaci o destabilizzanti. Questa malsana influenza fa parte di una lunga e consolidata tradizione (ricordiamo che i sussidi agricoli, la legislazione antitrust e le regolamentazioni in materia di “responsabilità sociale delle imprese” sono in realtà nate, come molti altri interventi fallimentari, negli Stati Uniti). Queste misure di regolamentazione vengono introdotte una dopo l'altra e rafforzate successivamente; ad esempio consideriamo il concetto di “giusto valore di mercato” nonché i principi contabili internazionali o i tentativi (finora, fortunatamente falliti) di attuare i cosiddetti accordi di Basilea III per il settore bancario e di Solvency II per il settore assicurativo, i quali soffrono entrambi sia di insormontabili e fondamentali carenze teoriche sia di gravi problemi in relazione alla loro pratica applicabilità [30].
 
Un secondo esempio della malsana influenza anglosassone può ritrovarsi nel piano europeo di ripresa economica che la Commissione Europea ha lanciato nel 2008 sotto gli auspici del Washington Summit e la leadership di politici keynesiani come Barack Obama e Gordon Brown e su consiglio di economisti teorici nemici dell’Euro, come Krugman e altri [31]. Il piano raccomandava ai paesi membri un'espansione della spesa pubblica pari all’1,5 per cento del PIL (circa 200 miliardi di euro). Anche se alcuni paesi come la Spagna hanno commesso l’errore di espandere i propri bilanci, il piano, grazie a Dio e all’Euro, e per la disperazione dei keynesiani e dei loro seguaci [32], non è approdato a nulla: esso sarebbe solo servito ad aumentare i deficit, precludendo il conseguimento degli obiettivi del trattato di Maastricht e stabilizzando gravemente i mercati del debito sovrano nei paesi dell’Eurozona. Ancora una volta l’Euro ha fornito un quadro disciplinare e un freno al deficit, in contrasto con le sconsiderate politiche di bilancio di quei paesi vittime del nazionalismo monetario, in particolare gli Stati Uniti e soprattutto l’Inghilterra. Quest'ultima ha chiuso con un disavanzo pubblico del 10.1% del PIL nel 2010 e dell’8,8% nel 2011, superata su scala mondiale solo da Grecia ed Egitto. Nonostante il deficit e i pacchetti di stimolo fiscale, la disoccupazione rimane a livelli record (o molto alta) tanto in Inghilterra quanto negli Stati Uniti e le rispettive economie non sono affatto ripartite.
 
In terzo luogo, possiamo assistere ad una crescente pressione affinché si completi l'unione politica europea, che alcuni indicano come l’unica “soluzione” in grado di consentire la sopravvivenza dell’Euro nel lungo periodo. Oltre agli “eurofanatici”, che avanzano sempre ogni scusa che possa giustificare un maggiore potere centrale di Bruxelles, vi sono due gruppi particolari che condividono il sostegno all’unione politica. Un primo gruppo è costituito, paradossalmente, dai nemici dell’Euro, in particolare quelli di origine anglosassone: da un lato ci sono gli americani che, abbagliati dal potere centrale di Washington e consapevoli che non potrebbe essere replicato in Europa cercano, attraverso le loro proposte, di iniettare nell'Euro un virus letale; dall'altro lato ci sono gli inglesi, che rendono l’Euro un (ingiustificato) capro espiatorio su cui sfogare le loro (completamente giustificate) frustrazioni in vista del crescente interventismo di Bruxelles. Il secondo gruppo è costituito da tutti quei teorici e pensatori convinti che solo la disciplina imposta da un governo centrale possa garantire gli obiettivi di deficit e debito pubblico stabiliti nel trattato di Maastricht. Si tratta di una convinzione errata. Lo stesso meccanismo dell'Unione monetaria garantisce, proprio come il gold standard, che i paesi senza rigore di bilancio, onde evitare un aumento del rischio di credito e dei tassi di interesse, siano spinti a prendere le adeguate misure per ristabilire la sostenibilità delle proprie finanze pubbliche. 
 
Nonostante ciò, il problema più serio non giace nella minaccia di un’impossibile unione politica, ma nell’inconfutabile fatto che una politica espansionistica del credito condotta dalla BCE sia capace di controbilanciare, almeno temporaneamente, gli effetti disciplinanti esercitati dall’Euro sugli agenti economici di ciascun paese. Un errore fatale della BCE consiste nel non essere riuscita a isolare e a proteggere l’Europa dalla grande espansione creditizia orchestrata su scala mondiale dalla FED a partire dal 2001. Per diversi anni, senza rispettare il Trattato di Maastricht, la Banca Centrale Europea ha permesso che l’offerta di denaro M3 crescesse a tassi maggiori del 9% annuo, di gran lunga superiori all’obiettivo di crescita del 4,5%, un criterio originariamente fissato dalla BCE stessa [33]. Sebbene questo stimolo sia stato sensibilmente meno imprudente rispetto a quello fornito dalla FED, il denaro non ha trovato distribuzione uniforme tra i paesi dell’Unione monetaria ma ha avuto un impatto sproporzionato sui paesi periferici (Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia) i cui aggregati monetari sono cresciuti ad un ritmo molto più rapido rispetto a Francia e Germania (almeno 3-4 volte tanto). 
 
Per spiegare questo fenomeno possono essere addotte diverse ragioni: dalla pressione applicata da Francia e Germania, entrambe alla ricerca di una politica monetaria accomodante anche per loro, all’estrema mancanza di lungimiranza dei paesi periferici che, non avendo voluto ammettere di trovarsi nel bel mezzo di una bolla speculativa, vedi il caso della Spagna, non sono stati in grado di dare istruzioni categoriche ai propri rappresentanti nel Consiglio della BCE affinché facessero rispettare rigorosamente gli obiettivi di crescita monetaria stabiliti dalla Banca Centrale Europea stessa. Durante gli anni precedenti la crisi, tutti questi paesi, tranne la Grecia [34], hanno facilmente rispettato i limiti di deficit del 3%, e alcuni, come Spagna e Irlanda, sono persino riusciti a chiudere i conti pubblici con grandi surplus [35]. Quindi, nonostante il cuore dell’Unione Europea non abbia vissuto l'irrazionale esuberanza che aveva caratterizzato il sistema economico americano, ciò si è verificato invece nei paesi europei periferici, e nessuno, o ben pochi soggetti, è stato in grado di diagnosticare correttamente i gravi pericoli impliciti in tale processo di espansione [36]. 
 
Se gli accademici e le autorità politiche dei paesi interessati e della BCE, piuttosto che usare gli strumenti analitici macroeconomici e monetaristi importati dal mondo anglosassone, avessero usato quelli forniti dalla teoria austriaca del ciclo economico [37] –dopo tutto un prodotto del più genuino pensiero continentale – sarebbe sicuramente stato possibile identificare e gestire la prosperità artificiale di quegli anni, l’insostenibilità di molti investimenti (specialmente rispetto allo sviluppo del settore immobiliare) intrapresi grazie alla enorme disponibilità di credito ed infine le crescenti entrate pubbliche destinate ad avere breve durata. Anche se nel ciclo più recente la BCE non si è dimostrata all’altezza degli standard che i cittadini europei avevano tutto il diritto di aspettarsi, al punto che potremmo anche definire la sua politica monetaria come una “solenne tragedia”, fortunatamente la logica dell’Euro come valuta unica ha prevalso: esponendo chiaramente gli errori commessi essa ha obbligato tutti quanti a tornare sul sentiero del controllo e dell’austerità. 
 
Nella prossima sezione ci soffermeremo brevemente sul modo specifico in cui durante la crisi la Banca Centrale Europea ha gestito la propria politica monetaria e in quali punti essa differisca da quella delle banche centrali di Stati Uniti e Regno Unito.
 
6. Euro contro Dollaro (e Sterlina) e Germania contro Stati Uniti (e Gran Bretagna)
 
Una delle più importanti caratteristiche dell’ultimo ciclo culminato nella grande crisi del 2008, si ritrova senza dubbio nel differente comportamento tra le politiche fiscali e monetarie dell’area anglosassone, basate sul nazionalismo monetario, e quelle dei paesi membri dell’unione monetaria europea. Effettivamente, dall’inizio della crisi, sia la FED che la Banca d’Inghilterra hanno adottato politiche di:
 
- riduzione dei tassi vicine allo zero; 
- immissione di grandi quantità di moneta nell’economia (eufemisticamente chiamate “quantative easing”);
- monetizzazione continua, diretta e sfacciata del debito pubblico [38]. 
 
A queste politiche monetarie (con la benedizione dei monetaristi e Keynesiani) si è aggiunto un forte stimolo fiscale con lo scopo di mantenere, sia negli Usa che in UK, deficit di bilancio vicini al 10% del PIL (riduzione considerata insufficiente dalla maggior parte dei Keynesiani recalcitranti, tra cui Krugman).
 
A differenza di quanto avviene con il dollaro e la sterlina, nell’Eurozona, fortunatamente, non è possibile iniettare denaro con estrema facilità, né è possibile tenere indefinitamente un comportamento irresponsabile in materia di bilancio pubblico. Almeno in teoria, la BCE non gode dell’autorità necessaria per procedere con la monetizzazione del debito pubblico e, sebbene abbia accettato i bond sovrani a collaterale dei suoi enormi prestiti al settore bancario e abbia iniziato, a partire dall’estate del 2010, ad acquistare direttamente e sporadicamente obbligazioni dei paesi periferici (Grecia, Portogallo, Irlanda, Italia e Spagna), vi è certamente una differenza economica fondamentale tra il comportamento degli Stati Uniti e quello del Regno Unito e la politica seguita dall’Europa continentale: mentre l’aggressività monetaria e l'irresponsabilità fiscale vengono deliberatamente e sfacciatamente adottate senza alcuna riserva nel mondo anglosassone, in Europa tali politiche vengono perseguite controvoglia e, in molti casi, solo dopo numerosi, ripetuti ed infiniti “summit”. Esse sono infatti il risultato di lunghi ed estenuanti negoziati, nei quali paesi con diversi interessi cercano con difficoltà di raggiungere un accordo comune. 
 
Ciò che è ancora più importante, tuttavia, è il fatto che parallelamente all'iniezione monetaria a supporto dei debiti sovrani dei paesi in difficoltà, si cerchi di bilanciare tali azioni con delle riforme basate sull’austerità di bilancio (e non su pacchetti di stimolo fiscale) e sull’introduzione di politiche che incoraggiano le liberalizzazioni e la competitività [39]; inoltre, sebbene giunta con lungo ritardo, la sospensione “de facto” dei pagamenti da parte della Grecia, alla quale è stato permesso di operare un “haircut” del 75% verso i privati investitori che avevano investito in obbligazioni sovrane elleniche, ha dato un chiaro segnale ai mercati: gli altri paesi in difficoltà non hanno alternativa, se non quella di implementare senza indugio le rigorose e severe riforme. Come abbiamo visto, anche Stati come la Francia, beatamente avvolti in uno sproporzionato Stato sociale, che fino ad ora erano sembrati intoccabili, hanno subito una riduzione del rating creditizio e visto salire il differenziale col bund tedesco. Come tutti gli altri si sono ritrovati obbligati ad adottare misure di austerity e riforme liberali onde evitare di mettere a rischio la propria membership di paesi appartenenti allo zoccolo duro dell'Europa [40].
 
Dal punto di vista politico, è abbastanza ovvio che la Germania (in particolare la cancelliera Angela Merkel) rivesta un ruolo principale nella battaglia di stabilizzazione fiscale e austerity (opponendosi a tutte le proposte inopportune, come gli “eurobond”, in grado di rimuovere qualunque incentivo di intervento rigoroso sui propri bilanci). Molte volte la Germania viene costretta a nuotare controcorrente. Da una lato, esiste una costante pressione politica internazionale per l’adozione di misure di stimolo fiscale, soprattutto da parte  dall’amministrazione Obama, che sta usando la “crisi dell’euro” come una cortina fumogena per nascondere i propri fallimenti politici; dall’altro lato, la Germania deve confrontarsi con il rifiuto e l’incomprensione da parte di tutti coloro che vogliono rimanere nell’Euro solo per goderne i vantaggi offerti mentre, simultaneamente, si ribellano contro la disciplina fiscale che la moneta unica impone, soprattutto ai politici populisti e più irresponsabili e ai gruppi di interesse privilegiati.
 
In tutti i casi, e come caso esemplare che comprensibilmente farà infuriare i keynesiani e i monetaristi, dobbiamo evidenziare i risultati per niente confortanti che, sino ad ora, sono stati raggiunti dagli USA grazie agli stimoli fiscali e agli “alleggerimenti quantitativi”, a confronto con le politiche di liberalizzazione tedesche e l’austerità fiscale nella zona euro: deficit di bilancio tedesco 1% – deficit Usa oltre 8,20 %; disoccupazione tedesca 5,9% – disoccupazione Usa vicina al 9%; inflazione tedesca 2.5% – inflazione Usa 3.17%; crescita tedesca 3% – crescita Usa 1.7% (i dati del Regno Unito sono ancora peggiori di quelli americani). Lo scontro tra i due differenti paradigmi non potrebbe essere più evidente [41].
 
7. Conclusione: Hayek contro Keynes
 
Proprio come ai tempi del gold standard, una stragrande maggioranza di persone attribuisce oggi all’Euro colpe che in realtà sono riconducibili al principale pregio della valuta unica: la capacità di disciplinare i politici e i gruppi di pressione. Chiaramente, in nessun modo l’Euro costituisce lo standard monetario ideale, il quale, come abbiamo visto in precedenza può incarnarsi solo nel classico gold standard caratterizzato da un coefficiente di riserva del 100% sui depositi a vista e l’abolizione della banca centrale. E' pertanto possibile che, trascorso un certo periodo di tempo e calmatisi i tumulti finanziari, la BCE possa tornare a ripetere i gravi errori del passato, promuovendo e favorendo la crescita di altre bolle legate ad una nuova espansione creditizia [42]. 
 
Tuttavia, lasciateci almeno ricordare come i peccati della FED e della Banca d’Inghilterra siano stati finora molto più gravi e come, almeno nell’Europa continentale, l’Euro abbia messo fine al nazionalismo monetario. In tal senso esso sta agendo timidamente, per gli stati membri, come "approssimazione" del gold standard, da un lato incoraggiando rigore fiscale e riforme mirate a migliorare la competitività, dall’altro mettendo fine agli abusi del welfare state e della demagogia politica.
 
Comunque sia, dobbiamo ammettere di trovarci in una congiuntura storica alquanto critica [43]. Se l’Europa vuole davvero riuscire ad adottare la tradizionale stabilità monetaria tedesca, che, in definitiva, è l’unico ed essenziale modello attraverso cui, nel breve e nel medio termine, la competitività europea e la crescita possono essere sostenute, l’Euro deve sopravvivere. Su scala mondiale, la sopravvivenza e il consolidamento dell’Euro permetterà, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, l’emersione di una valuta capace di far concreta concorrenza al monopolio del dollaro come standard monetario internazionale, quindi capace di disciplinare l’attitudine tutta americana in grado di causare gravi crisi finanziarie, come quella del 2007, che sistematicamente finiscono con lo sconquassare l’equilibrio economico mondiale.
 
Poco più di 80 anni fa, in un contesto storico simile al nostro, il mondo era diviso tra il mantenimento del gold standard, con la disciplina fiscale, la flessibilità lavorativa e il libero e pacifico commercio che questo comportava e il suo abbandono, con la conseguente diffusione del nazionalismo monetario, le politiche inflazionistiche, le rigidità salariali, l’interventismo, il “fascismo economico” e il protezionismo. Hayek e gli economisti Austriaci guidati da Mises compirono uno sforzo intellettuale titanico nell’analizzare, spiegare e difendere i vantaggi del gold standard e del libero scambio, in opposizione ai teorici, guidati da Keynes e dai monetaristi, i quali scelsero di ripudiare i fondamenti fiscali e monetari del laissez faire che fino ad allora avevano alimentato la Rivoluzione Industriale e il progresso della civilizzazione [44].
 
In quella occasione, il pensiero economico prese una strada diversa da quella indicata da Mises e Hayek e tutti noi abbiamo ben compreso le conseguenze economiche, politiche e sociali che fecero seguito a quella scelta. Oggi, nel ventunesimo secolo, incredibilmente, il mondo è ancora afflitto da instabilità finanziaria, mancanza di disciplina di bilancio e demagogia politica. Per tutte queste ragioni, e principalmente perché l’economia mondiale ne ha estremo bisogno, Mises e Hayek in questa nuova occasione [45] meritano di avere la loro rivincita e l’Euro (almeno provvisoriamente, finché non sarà rimpiazzato una volta per sempre dal gold standard) merita di sopravvivere[46].
 
Note
 
[11] Non includo qui l’analisi del mio stimato discepolo e collega Philipp Bagus (The Tragedy of the Euro, Ludwig von Mises Institute, Auburn, Alabama, USA 2010), giacché, dal punto di vista tedesco, la manipolazione dell’Euro, da parte della Bce, minaccia la stabilità monetaria tedesca tradizionalmente goduta col marco. Tuttavia, la sua visione per cui l’Euro abbia favorito politiche irresponsabili attraverso una dinamica tipica della tragedia dei beni comuni mi sembra debole, in quanto, durante la bolla, la maggior parte dei paesi ora alla prese con grandi problemi, con la sola eccezione greca, godeva di un surplus nei propri conti pubblici (o qualcosa di molto vicino ad un surplus). Quindi, credo che l’eccellente lavoro di Bagus sarebbe stato più accurato se fosse stato intitolato “La Tragedia della Banca Centrale Europea” (non dell’Euro), soprattutto alla luce dei gravi errori commessi dalla BCE durante la bolla, errori che sottolineeremo più avanti in questo stesso articolo (grazie a Juan Ramòn Rallo per avermi suggerito l’idea).
 
[12] La linea editoriale del defunto quotidiano spagnolo Público era emblematica (vedi anche il caso di Estefanìa 2011 e la sua critica alla già menzionata riforma dell’articolo 135 della Costituzione Spagnola al fine di stabilire il principio “anti Keynesiano” della stabilità di bilancio e dell’equilibrio fiscale).
 
[13] Si vedano, ad esempio, le dichiarazioni del candidato socialista alla presidenza Francese, per cui “la strada dell’austerità è inefficace, mortale e pericolosa” (Hollande, 2012) o quelle della candidata di estrema destra Marine Le Pen, la quale ritiene che i Francesi “dovrebbero tornare al Franco e chiudere una volta per tutte il periodo dell’Euro”  (Martìn Ferrand 2012).
 
[14] Tra i tanti articoli, un esempio è costituito da Krugman 2012; vedi anche Stiglitz 2012.
 
[15] Il deficit pubblico si è attestato tra l’8,2 e il 10%  negli ultimi tre anni, in netto contrasto con il deficit tedesco, che ha raggiunto appena l’1% nel 2011.
 
[16] Una spiegazione aggiornata della teoria Austriaca del ciclo economico può essere consultata in Huerta de Soto 2012 [1998], capitolo 5.
 
[17] Skidelsky 2011.
 
[18] Una legione di economisti appartiene a questo gruppo e la maggior parte di essi (sorpresa sorpresa!) arriva dall’area anglosassone. Tra gli altri, potrei menzionare Robert Barro (2012), Martin Feldstein (2011) e il consigliere del Presidente Obama Austan Goolsbee (2011). In Spagna, per ragioni diverse, dovrei citare eminenti economisti come Pedro Schwartz, Francisco Cabrillo e Alberto Recarte.
 
[19] Mundell 1961.
 
[20] Block 1999, 21.
 
[21] Cfr. l’eccellente analisi di Whyte (2011) dei gravi danni che il deprezzamento della sterlina sta causando al Regno Unito; per ciò che concerne gli Stati Uniti, cfr. Laperriere 2012.
 
[22] Huerta de Soto 2012 [1998].
 
[23] “L’Euro, come valuta di un’area economica che esporta molto più degli Stati Uniti, ha mercati finanziari ben sviluppati ed è supportata da una banca centrale di fama mondiale e rappresenta un’ovvia alternativa al dollaro. Mentre, attualmente, sembra di moda esprimere morte e distruzione riguardo la moneta unica europea, la realtà è che essa costituisce il 37% di tutti gli scambi sui mercati esteri; il 31% di tutte le emissioni internazionali di obbligazioni; il 28% degli scambi esteri di valuta la cui composizione è divulgata dalle banche centrali” (Eichengreen 2011, 130). Guy Sorman, per suo conto, ha sottolineato “l’ambigua attitudine degli attori ed esperti finanziari Usa; essi non hanno mai apprezzato l’Euro perché, per definizione, l’Euro compete con il Dollaro: seguendo gli ordini, i cosiddetti americani ci hanno spiegato che l’Euro non può sopravvivere senza un governo economico centrale e un singolo sistema fiscale” (Sorman 2011). In breve, risulta chiaro che i campioni della competizione tra valute dovrebbero destinare i loro sforzi contro il monopolio del Dollaro (magari supportando l’Euro), piuttosto che sostenere la reintroduzione di, e la competizione tra, “piccole valute locali” di minore importanza (Dracma, Escudo, Peseta, Lira, Sterlina, Franco e anche Marco).
 
[24] Questo è il caso del concorso tenutasi nel Regno Unito grazie a Lord Wolfson, il proprietario dei magazzini Next. Ad oggi, questo contest ha attratto non meno di 650 “esperti”. Se non fosse per la crassa e ovvia ipocrisia implicita in queste iniziative, sempre tenute fuori dall’area Euro (specialmente nel mondo anglosassone e da quelli che temono, odiano o disprezzano l’euro), dovremmo lodarli per gli sforzi profusi e l’interesse mostrato in una valuta che, dopotutto, non è nemmeno la loro.
 
[25] Potrebbe essere utile notare che l’autore di queste righe è un “Euroscettico” e mantiene l’idea che le funzioni dell’Unione Europea dovrebbero essere limitate esclusivamente a garantire la libera circolazione di persone, capitali e merci in un unico contesto monetario (possibilmente il gold standard).
 
[26] Ho già menzionato le recenti riforme legislative che hanno allungato l’età pensionabile a 67 anni (indicizzandola ai cambiamenti futuri dell’aspettativa di vita), riforme già introdotte o in procinto di essere introdotte in Germania, Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia. Potrei anche citare l’introduzione di un “ticket” e l’aumento delle aree di privatizzazione connesse alle cure sanitarie. Sono piccoli passi nella giusta direzione, i quali, a causa dei loro alti costi politici, non sarebbero stati presi senza l’euro. Essi contrastano con il percorso opposto intrapreso e indicato dalla riforma sanitaria di Barack Obama e con l’ovvia resistenza al cambiamento sperimentata con l’avanzamento dell’inevitabile riforma del Servizio Sanitario Nazionale Britannico.
 
[27] O’Caithnia 2011.
 
[28] Booth 2011.
 
[29] Cfr. “United States’ Economy: Over-regulated America: The home of laissez-faire is being suffocated by excessive and badly written regulation,” The Economist, February 18, 2012, p. 8 e gli esempi già citati.
 
[30] Huerta de Soto 2003 and 2009.
 
[31] Sul supporto isterico per il grande pacchetto di stimolo fiscale di questo periodo, cfr. Fernando Ulrich 2011.
 
[32] Krugman 2012, Stiglitz 2012.
 
[33] Specificamente, l’aumento medio di M3 nell’euro zona, dal 2000 al 2011 ha superato il 6.3% e dovremmo focalizzarci sugli aumenti occorsi durante la bolla (2005, dal 7 all’8%; 2006, dall’8 al 10% e 2007, dal 10 al 12%). I dati mostrano che, come già indicato, l’obiettivo del pareggio di bilancio, sebbene meritorio, è una condizione necessaria, ma non sufficiente, alla stabilità: durante la fase espansiva di un ciclo indotto dall’aumento creditizio, gli impegni di spesa risultano tranquillamente raggiunti grazie alla falsa tranquillità generata dal surplus mentre, successivamente, quando la recessione colpisce, questi impegni diventano palesemente insostenibili. Il pareggio di bilancio richiede quindi un’economia non soggetta gli alti e bassi dell’espansione creditizia o, almeno, una chiusura con grandi surplus negli anni di espansione.
 
[34] Quindi, la Grecia sarebbe l’unico caso nel quale applicare la visione “tragedia dei comuni” Bagusiana (2010) riguardo l’Euro. Alla luce del ragionamento suesposto, come già menzionato, credo che un titolo più adatto per l’eccellente lavoro di Bagus sarebbe stato La Tragedia della Banca Centrale Europea.
 
[35] Questi i surplus spagnoli: 0.96%, 2.02% e 1.90% nel 2005, 2006 e 2007 rispettivamente. Quelli irlandesi: 0.42%, 1.40%, 1.64%, 2.90%  e 0.67% nel 2003, 2004, 2005, 2006, e 2007, rispettivamente.
 
[36] L’autore di queste righe potrebbe essere citato come un’eccezione (Huerta de Soto 2012 [1998], xxxvii).
 
[37] Ibid.
 
[38] In questo momento (2011 – 2012), la FED sta direttamente acquistando almeno il 40% del nuovo debito pubblico americano. Una dichiarazione simile può essere fatta riguardo la Banca d’Inghilterra, diretto detentore del 25% di tutto debito sovrano del Regno Unito. In confronto a questi dati, la (diretta e indiretta) monetizzazione portata avanti dalla BCE sembra una birichinata.
 
[39] Luskin e Roche Kelly hanno fatto sempre riferimento alla “Rivoluzione Supply – Side Europea” (Luskin e Roche Kelly 2012). Altamente significativo è anche il “Piano per la Crescita in Europa”, lanciato il 20 febbraio 2012 dai leader dei dodici paesi dell’Unione Europea (inclusi Italia, Spagna, Paesi Bassi, Finlandia, Irlanda e Polonia), un piano che comprende solo politiche dal lato dell’offerta e non prevede misure di stimolo fiscale. Vi è anche il manifesto “Iniziativa per una Libera e Prospera Europa” (IFPE) firmato a Bratislava nel gennaio 2012 anche dal sottoscritto. In breve, un cambio dei modelli sembra una priorità nei paesi in cui, come la Spagna, c’è urgenza di muoversi da un’economia speculativa, “calda”, basata sull’espansione creditizia a una “fredda” economia basata sulla competitività. Effettivamente, appena i prezzi diminuiscono (“deflazione interna”) e la struttura dei prezzi relativi si riaggiusta, in un contesto di liberalizzazioni economiche e riforme strutturali, numerose opportunità di profitto imprenditoriale crescono (investimenti sostenibili ad esempio) e, in un’area monetaria molto estesa come quella dell’euro, attrarranno sicuramente finanziatori. Queste sono le modalità con cui la necessaria riabilitazione deve essere portata avanti: questa dovrebbe essere nuovamente fredda, sostenibile e basata sulla competitività.
 
[40] In questo contesto, come ho spiegato nella sezione dedicate alla “Coalizione anti euro”, non dovremmo essere sorpresi dalle dichiarazioni dei candidati alla presidenza francese, menzionate nella nota 13.
 
[41] Dati del 31 dicembre 2011.
 
[42] Altrove ho menzionato le riforme incrementali che, come la radicale separazione tra banche commerciali e banche di investimento (come prevedeva il Glass Steagall Act), potrebbero migliorare l’euro in qualche modo. Allo stesso tempo, è nel Regno Unito che, paradossalmente (o meno, alla luce dei devastanti danni sociali causati dalla crisi bancaria), le mie proposte hanno raccolto maggiore interesse, al punto che una proposta di legge è stata presentata al Parlamento Britannico al fine di completare il Peel’s Bank Charter Act del 1844 (curiosamente, ancora in vigore) estendendo il coefficiente di riserva del 100% ai depositi a vista. Il consenso ottenuto qui, nella separazione tra banca commerciale e banca di investimento, dovrebbe essere considerato un (molto piccolo) passo nella giusta direzione (Huerta de Soto 2010 e 2011).
 
[43] Il marito di mia zia, l’imprenditore Javier Vidal Sario da Navarre, rimasto perfettamente lucido e attivo alla veneranda età di novantatrè anni, mi assicura che in tutta la sua vita non aveva mai visto, neanche durante gli anni del Piano di Stabilizzazione del 1959, un simile sforzo di contenimento ed equilibrio fiscale in Spagna. Storicamente significativo è il fatto che questo sforzo non sta avendo luogo in un solo paese (la Spagna ad esempio) né in relazione ad una moneta locale (la vecchia peseta) ma, piuttosto, si sta diffondendo in tutta Europa, essendo compiuto da centinaia di milioni di persone che usano la stessa unità monetaria (euro).
 
[44] Già nel 1924, il grande economista Americano Benjamin M. Anderson scrisse: “Vita economica, politica finanziaria prudente, riduzione del debito piuttosto che nuova creazione dello stesso – tutte queste cose sono necessarie se l’Europa vuole tornare a splendere. E tutte queste cose sono coerenti con un grandemente maggiore standard di vita in Europa, se le attività fossero di nuovo messe in moto. Il gold standard, insieme allo sconto naturale e ai tassi di interesse, può fornire la più solida fondazione possibile affinché un tale percorso sia effettivamente intrapreso”. Chiaramente, di nuovo, la storia si ripete (Anderson 1924).
 
[45] Inoltre, questa situazione storica viene ora rivisitata in tutta la sua gravità in Cina, la cui economia è sull’orlo del collasso inflazionistico ed espansionistico. Cfr.: “Keynes versus Hayek in China”. The Economist, December 30, 2011.
 
[46] Come abbiamo visto, Mises, il grande difensore del gold standard e del coefficiente di riserva 100%, negli anni ’60 si scontrò frontalmente con alcuni teorici, guidati da Friedman, che supportavano tassi di cambio flessibili. Mises denunciò il comportamento del suo discepolo Machlup, quanto questi abbandonò la difesa dei tassi fissi. Ora, cinquant’anni dopo con l’euro, la storia si ripete. In quella occasione, i sostenitori del nazionalismo e dell’instabilità monetaria vinsero, con le conseguenze che conosciamo. Questa volta speriamo che la lezione sia stata imparata e che la visione Misesiana prevarrà. Il mondo ne ha bisogno e lo merita.
 
Riferimenti Bibliografici
 
ANDERSON, B. M. 1924. “Cheap Money, Gold, and the Federal Reserve Bank Policy.” Chase Economic Bulletin, vol. 4, no. 3, August 4, p. 9.
 
BAGUS, P. 2010. The Tragedy of the Euro. Auburn, Alabama: Ludwig von Mises Institute. (Madrid: Unión Editorial, 2011.)
 
BARBIERI, P. 2012. “The Tragedy of Argentina.” The Wall Street Journal, April 20-22, p. 15.
 
BARRO, R. 2012. “An Exit Strategy from the Euro.” The Wall Street Journal, Tuesday, January 10, p. 16.
 
BLACKSTONE, B., M. KARNITSCHNIG, and R. THOMSON. 2012. “Europe’s Banker Talks Tough: Draghi Says Continent’s Social Model is ‘Gone,’ Won’t Backtrack on Austerity.” The Wall Street Journal Europe, February 24.
 
BLOCK, W. 1999. “The Gold Standard: A Critique of Friedman, Mundell, Hayek and Greenspan from the Free Enterprise Perspective.” Managerial Finance, vol. 25, no. 5, pp. 15-33.
 
BOOTH, P. 2011. “Europe’s Single Market Isn’t a Free Market.” The Wall Street Journal, Friday, December 23, p. 17.
 
CABRILLO, F. 2012. “Encadenados al Euro.” Expansión, January 30, p. 39.
 
EICHENGREEN, B. 2011. The Rise and the Fall of the Dollar and the Future of the International Monetary System. Oxford and New York: Oxford University Press.
 
ESTEFANIA, J. 2011. “Constitución antipática.” El País, Monday, December 12, p. 29.
 
FELDSTEIN, M. 2011. “The Euro Zone’s Double Failure.” The Wall Street Journal, Friday-Sunday, December 16, p. 17.
 
GALLO, A. 2012. “Trade Policy and Protectionism in Argentina.” Economic Affairs, vol. 32, no. 1, February, pp. 55-59.
 
GOOLSBEE, A. 2011. “Europe’s Currency Road to Nowhere.” The Wall Street Journal, Wednesday, November 30, p. 18.
 
HARTWELL, R. M. 1995. A History of the Mont Pèlerin Society. Indianapolis: Liberty Fund.
 
HAYEK, F. A. 1971. Monetary Nationalism and International Stability. New York: Augustus M. Kelley. [First edition, London: Longmans, Green, 1937.]
 
HAYEK, F. A. 1979. Unemployment and Monetary Policy: Government as Generator of the “Business Cycle.” San Francisco, California: Cato Institute. Lecture given February 8, 1975 and entitled, “Inflation, the Misdirection of Labor, and Unemployment” at the Academia Nazionale dei Lincei in Rome in celebration of the 100th anniversary of Luigi Einaudi’s birth.
 
HOLLANDE, F. 2012. “La vía conservadora de la austeridad es ineficaz y peligrosa.” La Gaceta, Thursday, January 26, p. 1.
 
HUERTA DE SOTO, J. 2003. “Nota crítica sobre la propuesta de reforma de las normas internacionales de contabilidad.” Partida Doble, no. 21, April, pp. 24-27.
 
HUERTA DE SOTO, J. 2009. “The Fatal Error of Solvency II”. Economic Affairs, 29, no. 2, pp. 74-77.
 
HUERTA DE SOTO, J. 2010. “Algunas reflexiones complementarias sobre la crisis económica y la teoría del ciclo.” Procesos de Mercado: Revista Europea de Economía Política, vol. 7, no. 2, autumn, pp. 193-203.
 
HUERTA DE SOTO, J. 2011. “Economic Recessions, Banking Reform and the Future of Capitalism.” Economic Affairs, vol. 31, no. 2, June, pp. 76-84.
 
HUERTA DE SOTO, J. 2012. Money, Bank Credit, and Economic Cycles, 3rd revised edition, 2012. Auburn, Alabama, USA: Ludwig von Mises Institute. [First Spanish edition, 1998.]
 
KRUGMAN, P. 2012. “The Austerity Debacle.” The New York Times, January 29.
 
LAPERRIERE, A. 2012. “The High Cost of the Fed’s Cheap Money.” The Wall Street Journal, Tuesday, March 6.
 
LUSKIN, D. L. and ROCHE KELLY, L. 2012. “Europe’s Supply-Side Revolution.” The Wall Street Journal, Monday, February 20, p. 17.
 
MARTÍN FERRAND, M. 2012. “El euro es la solución.” ABC, Friday, April 13, p. 14.
 
MISES, L. von. 1966. Human Action: A Treatise on Economics. 3rd ed. Chicago: Henry Regnery.
 
MISES, L. von. 1969. Omnipotent Government: The Rise of Total State and Total War. New Rochelle, New York: Arlington House.
 
MISES, L. von. 2009. The Theory of Money and Credit. Auburn, Alabama: Ludwig von Mises Institute. [First German edition, 1912.]
 
MISES, M. von. 1984. My Years with Ludwig von Mises. Iowa, USA: Center for Futures Education.
 
MUNDELL, R. 1961. “Optimal Currency Areas.” The American Economic Review, vol. 51, September, pp. 657-664.
 
O’CAITHNIA, B. 2011. “Compounding Agricultural Poverty: How the EU’s Common Agricultural Policy is Strangling European Recovery.” Institutions in Crisis: European Perspectives on the Recession. David Howden, ed. Cheltenham, UK and Northampton, USA: Edward Elgar, pp. 200-228.
 
SKIDELSKY, R. 2011. “The Keynes-Hayek Rematch.” August 19. La Vanguardia, October 6, p. 21.
 
SORMAN, G. 2011. “La crisis del euro no va a tener lugar.” ABC, October 30, p. 54.
 
STIGLITZ, J. 2012. “Después de la austeridad”. El Pais, Negocios, Sunday, May 13, p. 19.
 
ULRICH, F. 2011. “Fiscal Stimulus, Financial Ruin.” Institutions in Crisis: European Perspectives on the Recession. David Howden, ed. Cheltenham, UK and Northampton, USA: Edward Elgar, pp. 142-163.
 
VIDAL-FOLCH, X. 2012. “Heroica reconstrucción del estado fallido griego.” El País, Thursday, February 23, p. 21.
 
WHYTE, J. 2011. “The High Cost of a Cheap Pound.” The Wall Street Journal, May 17.
 
(6 voti, media: 5.00 di 5)

Commenti 

 
+2 # Francesco 2012-06-26 16:52
Bellina la nota critica numero 11 al testo di Bagus la Tragedia dell'Euro. Dopo aver pesato bene ogni parola di Huerta (ho voluto correggere la traduzione anche in modo da poterlo assimilare per bene) rimango ben fermo sulle mie considerazioni espresse nell'articolo l'Euro come Gold Standard, ma ovviamente la lettura del saggio ne ha generate altre che vedrò di sintetizzare appena avrò tempo.

La posizione di Huerta da un lato resta comunque quella di un inguaribile ottimista, mentre dall'altro secondo me continua a sottovalutare i danni, la potenza distruttiva dei danni economici accumulatisi in due tre decadi.

Augurarsi che la rigidità dell'Euro (peraltro inficiata enormemente dall'attività della BCE e dallo stato di decomposizione avanzata in cui si trovano le banche europee) possa riuscire a instradare politici e governi verso le giuste riforme (ma davvero ne abbiamo viste di buone riforme o si è tratta di miseri palliativi nella giusta direzione che nella sostanza non hanno cambiato nulla) in grado addirittura di farci di uscire dalla crisi è in questo senso un bel sogno che tutti vorremmo si realizzasse.

La realtà secondo me è molto più amara. Neanche Huerta forse ha ben capito cosa significa e quali ripecussioni avrà il fallimento dell'Italia... e della Spagna, e quindi dell'Europa e dell'America e del Giappone e dell'Inghilterra... una via l'altra...
 
 
0 # cavalieri61 2012-06-27 08:55
La realtà secondo me è molto più amara. Neanche Huerta forse ha ben capito cosa significa e quali ripecussioni avrà il fallimento dell'Italia... e della Spagna, e quindi dell'Europa e dell'America e del Giappone e dell'Inghilterra... una via l'altra...

Questa affermazione mi fa un pò sorridere, quel che bolle in pentola Huerta lo sa bene ma in questo spendito saggio ma spiegato a chiare lettere che l'euro non è la soluzione ma una tappa intermedia che grazie alla sua rigidità può deviare o attestare il trend che sta portando alla disintegrazione del sistema.


Se l’Europa vuole davvero riuscire ad adottare la tradizionale stabilità monetaria tedesca, che, in definitiva, è l’unico ed essenziale modello attraverso cui, nel breve e nel medio termine, la competitività europea e la crescita possono essere sostenute, l’Euro deve sopravvivere.


l’Euro (almeno provvisoriament e, finché non sarà rimpiazzato una volta per sempre dal gold standard)
 
 
0 # cavalieri61 2012-06-27 09:00
l’Euro (almeno provvisoriament e, finché non sarà rimpiazzato una volta per sempre dal gold standard) merita di sopravvivere[46 ].
 
 
0 # Archipante 2012-06-26 19:44
beh...un po' di ottimismo dal maestro Huerta de Soto fa bene al cuore, o per lo meno fa tirare il fiato....
 
 
0 # Silvano1970 2012-06-26 19:51
Francesco, se consideriamo che attualmente le monete in circolazione (reali o virtuali, poco cambia) sono circa 10 volte il "pil" mondiale, possiamo dire che un eventuale "big domino rally" (ve lo ricordate il giochino di quando eravamo ragazzini?) di default vari, porterebbe ad un deprezzamento totale di tutte le ricchezze mondiali del 90%? ed andando piu sullo specifico, non trovi che il deprezzamento sarà piu evidente quanto piu "superficiale" sarà la necessità di un bene? (stando appunto alla legge dell'utilità marginale). quindi un povero cristo per difendersi sin da ora, devrà per forza concentrarsi su tutto quello che concerne agricoltura e materie prime?
 
 
0 # ilbottino 2012-06-26 21:17
"big domino rally"


http://www.youtube.com/watch?v=UEwBIWpBmU8&feature=related
 
 
0 # Silvano1970 2012-06-27 02:39
che ne pensate delle idee di krugman a riguardo della crisi euro?

http://www.tzetze.it/tzetze_news.php?url=http%3A%2F%2Feconocrash.altervista.org%2Frivincita-dellarea-valutaria-ottimale%2F&key=e132aedd0f490390241a6a4487f6f8c722a1b4aa
 
 
+1 # Francesco 2012-06-27 21:38
siamo seri, ancora qualcuno ha tempo da perdere a leggere le sparate di krugman? quell'uomo è il candidato migliore per il premio "l'economista più idiota del mondo di tutti i tempi!"
 
 
+1 # Zolotoi 2012-06-27 22:54
Ed infatti il grande puffo lo ha invitato in ItaGlia a parlare assieme a Stiglitz... non c'è mai limite al peggio, però dai, almeno non si può dire che ci annoiamo!
 
 
0 # Silvano1970 2012-06-27 23:44
lol era solo una provocazione per farci su due risate lol...
 
 
0 # kemess 2012-06-29 08:21
La ricchezza non svanisce a causa di un evento monetario, i detentori di azioni societarie, immobili, terreni, ecc. Continueranno a detenere gli asset, il cui valore può essere compresso a causa della contrazione dei flussi di capitale generati, ma non scompare.
Quello che fa "puf" per un "fatto monetario" è il debito....
 
 
0 # Francesco 2012-06-28 16:57
bella questa tratta da uno degli ultimi del vonmises.it, campanellino, Kaput:

Il problema non è però che i politici abbiano ceduto il controllo sull’offerta di moneta, ma che lo hanno ceduto alla Banca Centrale Europea. Avrebbero dovuto cederlo al libero mercato.


da incorniciare!
 
 
0 # Francesco 2012-07-06 15:40
Gary North spara a zero sul pezzo di Huerta. Molto interessante. Come ho anticipato scriverò un altro articolo dopo il mio L'Euro come Gold Stardard che possa essere riepilogativo di tutta la questione.

http://www.garynorth.com/public/9702.cfm
 
 
0 # Francesco 2012-07-06 17:48
in sostanza comunque tanto rumore per nulla su questa questione dell'euro... una schifosa moneta fiat come tutte le altre, che di proxy del gold standard come ho già scritto non ha quasi nulla, e peraltro il gold standard era un sistema lungi dall'essere perfetto, ma creazione del governo, niente a che vedere con il libero mercato... inutile attaccarsi a difendere cosa è meno peggio. purtroppo sono posizioni comode quando non si può dire l'incomodo. ci tornerò come promesso
 

SCOPRI I NOSTRI LIBRI !

A SCUOLA DI ECONOMIA

CONTANTE LIBERO

ContanteLibero.it
2002-2017 Usemlab Economia e Mercati - Credits: Wirinform.com

Le opinioni espresse non costituiscono sollecitazione all'acquisto o vendita di strumenti finanziari
e possono variare senza preavviso.
Questo sito non rappresenta una testata giornalistica poiche' non viene aggiornato con periodicita' regolare.
Non puo' pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62/2001.
Escort

Informativa sull'utilizzo dei cookie : Questo sito Web utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare l'esperienza di navigazione. Continuando a navigare nel sito, l'utente acconsente al loro utilizzo. Per info o per negare il consenso all'installazione di tutti o di alcuni cookie leggi l'Informativa Estesa. Continuando a navigare nel sito, l'utente acconsente al loro utilizzo.Ok